“Siamo davvero un popolo strano.
Siamo il paese dove i migliori nostri cervelli fuggono all’estero e siamo lo stesso paese che si affanna ad importare dall’estero, coprendoli d’oro, i meglio marpioni della pedata. Esportiamo cervelli e importiamo piedi. Nel traffico d’organi non ci facciamo certo un affare …” (da "Vedo Buio" di Alberto
Patrucco).
Ecco sintetizzate in poche righe, in modo canzonatorio ed ironico, uno dei grandi problemi del bel Paese: la fuga dei "nostri migliori cervelli", il costante esodo dei giovani talentuosi che lasciano l’Italia per affermare altrove, nel resto del mondo, la propria professionalità.
Un'incessante perdita di "risorsa lavoro", metaforicamente, un' "emorragia di capitale umano".
Secondo i dati OCSE gli italiani altamente qualificati che vivono all'estero sarebbero 300 mila (di cui il 45% in Nord America (32% negli USA e 12,6% in Canada) ed il 40% in Europa: Francia (9,3%), Regno Unito (8%), Svizzera (6,9%) e Germania 6,2%)
Il Consolato di Bruxelles stima in Belgio la presenza di 6.000 professionisti operanti presso le istituzioni internazionali e le grandi aziende italiane.
I dati dell’Unione Europea parlano di circa 34 mila espatriati italiani che lavorano nel campo della scienza e della tecnologia (S&T) negli altri paesi del Vecchio Continente.
Tante, troppe preziose risorse sottratte al sistema economico e produttivo italiano.

Ebbene, nel mio week end romano (la due giorni all’Assemblea de IMille alla quale ho assistito su cortese invito di
Paolo) ho avuto il piacere di conoscere alcuni di questi
“cervelli” in fuga.
Trentenni, o giù di lì, che da anni lavorano all’estero: in Francia, Olanda, America.
Coetanei di fronte ai cui curricula il mio non può che timidamente impallidire.
Giovani come Riccardo, ricercatore CNRS a Parigi in chimica-fisica teorica applicata a problemi di tossicologia nucleare ambientale;
Gianluca, da Grottaglie a New York, importante dirigente di un fondo investimenti;
Filippo che, dopo aver conseguito una laurea in fisica e un dottorato in Ingegneria, lavora presso l’Università di Amsterdam; Giuseppe, giovane intellettuale calabrese – dai toni gentili e pacati - trapiantato a Londra ... e molti, molti altri, un elenco lungo da raccontare.
Parlando con loro scopri che, a dispetto del comune sentire, l’"emorragia di capitale umano" che dissangua il bel Paese, non riguarda esclusivamente i ricercatori Universitari.
Ti accorgi, con una sorta di doccia fredda, che le fughe dei "cervelli" non sono solo legate agli insufficienti investimenti nel settore della ricerca scientifica ed universitaria;
realizzi che il mondo è pieno di giovani italiani di talento, professionisti, imprenditori, lavoratori del settore della ristorazione, del turismo che decidono di cercare altrove quelle occasioni di crescita professionale che l’Italia, ingessata socialmente e politicamente, gli nega.
Chissà, se non fossi nata nella produttiva ed operosa Brianza, forse sarei stata costretta a fare la stessa scelta.
Qualcuno, un po’ ingenuamente, potrebbe sostenere che non è un grosso problema, che “il corpo Italia” non morirà dissanguato, che comunque riuscirà a sopravvivere, che l’emorragia è curabile con delle consistenti trasfusioni “di flusso migratorio in entrata” ; che il saldo emigrazione/immigrazione sarà alla fine positivo.
Certo in termini astratti lo si potrebbe pure dichiarare.
Ma sappiamo tutti che, purtroppo, non è così.
Dall'Italia scappano brillanti professionisti, acuti ricercatori, dinamici imprenditori; vi arrivano “disperati”, che per fuggire alla fame, alla guerra che li attanaglia, intraprendono i viaggi della speranza, in condizioni disumane, su imbarcazioni improvvisate che spesso li conducono alla morte.
Poi penso alla situazione economica dell’Italia, ai nostri salari medi, al precariato e mi convinco che solo un disperato, appunto, potrebbe decidere sponte sua di venire da noi.
Mi chiedo, infatti, quale giovane – se non chi tenta di fuggire a morte certa – potrebbe accettare di lavorare come schiavo nelle piantagioni pugliesi (come denunciato qualche tempo fa da
Fabrizio Gatti) o chi sarebbe disposto a rischiare, quotidianamente, la pelle in cantieri edili nei quali la sicurezza è un optional.
Chi potrebbe ambire a percepire la retribuzione italiana media? Quale ricercatore straniero, quale professionista potrebbe accettare di lavorare per 1.000,00 € al mese ?
Uomini e donne in fuga dalla guerra e dalla fame, utilizzati come manovalanza non specializzata (come accade nel settore dell'edilizia che ha sempre più bisogno di lavoratori di bassa qualifica) badanti. Lavori - diciamocelo - che nessun italiano vuole esercitare: ecco i soli giovani che potrebbero sognare un futuro da noi ….
E allora che fare? Come determinare un ‘inversione di rotta?
Riccardo, Gianluca, Filippo, Giuseppe, e tutti gli altri "cervelli in fuga", lo scorso week end, sono tornati - a proprie spese - da ogni parte del Mondo in Italia, per raccontare al Partito Democratico le loro idee, per mettere generosamente a disposizione del Pd le loro competenze ed esperienze, per far, in qualche modo, rimpatriare i loro "cervelli" … speriamo che, almeno questa volta, qualcuno si prenda la briga di ascoltarli.
0.02 Pubblicato da emanuela